C'è un momento, a Karpathos, in cui ti accorgi che il greco che pensavi di conoscere non basta. Mi è capitato in un caffè di paese, ascoltando due anziani parlare tra loro: capivo la metà delle parole, e non perché parlassero in fretta.
Mi hanno spiegato dopo che non era solo accento. Karpathos è rimasta così isolata, per così tanto tempo — niente strade, niente porti comodi, solo sentieri e barche — che il dialetto locale ha conservato parole ed espressioni che arrivano dal greco dorico antico. Lo stesso ceppo linguistico che si parlava ai tempi di Omero, prima ancora del greco che si studia a scuola. Linguisti che hanno studiato l'isola lo definiscono un caso più unico che raro: un dialetto che ha attraversato quasi tremila anni quasi senza essere disturbato.
A volte le cose si conservano proprio perché restano fuori dalle strade principali.
Ci ho pensato a lungo, perché è una metafora che mi sembra dire qualcosa di più grande dell'isola stessa: fuori da dove passa tutto e tutti. Karpathos non è mai stata sulla rotta più comoda, ed è forse anche per questo che è rimasta così com'è.
Non sono un linguista, e non pretendo di aver capito tutto quello che ho sentito in quel caffè. Ma ho capito che stavo ascoltando qualcosa che esisteva da molto prima di me, e che probabilmente esisterà molto dopo.
Karpathos mi ha insegnato diverse cose senza che lo cercassi. Leggi perché ho scritto questo libro