Karpathos mi ha regalato persone prima ancora che paesaggi.
Questa pagina è il loro spazio.
Un libro si legge in un modo diverso quando sai chi sono le persone che ci abitano. Non le vedi solo come comparse di un racconto di viaggio — le riconosci, le senti vicine, capisci perché alcune frasi ti arrivano in un certo modo.
Ho deciso di costruire questa pagina piano piano, viaggiando insieme a voi dentro la storia. Ci sono stati quattro momenti in cui Karpathos è entrata nella mia vita in maniera significativa: 2014, 2016, 2018 e 2024. In ciascuno di questi anni ho incontrato persone che hanno lasciato un segno — nel libro, e in me.
Non li presenterò tutti insieme. Li aggiungerò uno alla volta, con il tempo che si meritano. Tornate qui ogni tanto — questa pagina crescerà.
«Ogni volta che sono tornato sull'isola, ho capito che i luoghi cambiano meno delle persone che ci portano.»
Era la prima volta che mettevo piede a Karpathos. Non sapevo ancora che sarei tornato. Non sapevo ancora che quelle persone avrebbero fatto parte di un libro. Guardavo tutto con gli occhi di chi pensa di essere di passaggio. Eppure la prima persona che ho incontrato è rimasta con me fino ad oggi.
Sofia's Place — Karpathos
«L'ho chiamata mamma Sofia dal primo momento — in un'isola a me sconosciuta, mi aveva accolto come uno di famiglia.»
Era il 2014, il mio primo viaggio a Karpathos. Sofia è stata la prima persona che mi ha fatto sentire il contrario di uno straniero — con quella qualità di accoglienza che non si impara e non si costruisce a tavolino. È rimasta una costante attraverso tutti i miei ritorni, dal 2014 fino ad oggi. Ritrovarla, ogni volta, era come ritrovare un pezzo di casa in mezzo al Mediterraneo.
Cucina karpatiaca vera, fatta con gli ingredienti dell'isola, preparata come si faceva in famiglia. Ma non è il cibo il motivo per cui si torna. Si torna perché da Sofia non sei un cliente che occupa un tavolo — sei qualcuno che è venuto a mangiare a casa sua. Un posto che custodisce l'autenticità di Karpathos con la semplicità di chi non sa nemmeno di farlo.
Pigadia — Anoi Bar
«Benvenuto a casa nostra.» Lo disse in italiano, tenendomi il polso un secondo più del necessario. Non lo conoscevo da cinque minuti.
Kostas aveva circa quarant'anni, baffi neri folti, una camicia di lino sbottonata fino al terzo bottone. Lavorava per un altro corrispondente locale — quello che seguiva i tour del Nord Europa, percorsi diversi dai nostri, giornate che non si incrociavano mai. Ci incontrammo di sera, all'Anoi sul lungomare di Pigadia, dove Paolo e Teo lo conoscevano già. Mi diede la mano, mi tenne il polso un secondo in più, mi guardò negli occhi e disse qualcosa in greco. Poi, in italiano: «Benvenuto a casa nostra.»
Kostas era di quelli che prendono una serata e la fanno diventare qualcosa. Finì il bicchiere, andò dritto dal dj, si appoggiò alla cassa con un gomito e cominciò a battere le mani a tempo. In poco tempo le mani intorno battevano con le sue. Poi Giannis lo raggiunse, e insieme fecero qualche passo di un ballo che non somigliava a niente che conoscessi — gambe larghe, schiena dritta, un movimento che sembrava capirsi da solo. Quella sera capii che l'isola aveva un ritmo notturno che non si trovava sulle guide.
Karpathos — in giro
«Paolo riempiva ogni posto con la sua presenza. Rideva forte, parlava forte, salutava i camerieri come se li conoscesse da anni. L'isola sembrava più grande quando c'era lui.»
Paolo era un mio collega a Karpathos nel 2014 — alto, capelli neri a spazzola, le braccia spesso arrossate perché dimenticava la crema solare. Rideva e parlava a voce alta, riempiva ogni posto con la sua presenza. Scherzava con i camerieri dopo pochi secondi. Era spontaneo e pieno di energia, anche quando era stanco. Aveva una macchina e condividevamo pranzi, serate e spostamenti insieme agli altri: Nicolas, Teo, Ylenia.
Fu Paolo a proporre la prima visita a Olympos — nessuno dei due l'aveva ancora vista. Una sera, dopo una giornata difficile di lavoro a Lefkos, arrivò sul terrazzino con due birre e una busta del supermercato, si sedette e aprì un sacchetto di patatine in mezzo al tavolo. Era una delle rare volte in cui il rumore si fermava — non perché Paolo diventasse un'altra persona, ma perché quella giornata aveva pesato anche su di lui. Fu l'ultimo dei ragazzi a lasciare l'isola: salutò tutti a voce alta e abbracciò chiunque incontrasse in aeroporto.
Karpathos — ovunque ci fosse qualcosa da sistemare
«Lo chiamavamo il Maestro. Non glielo avevamo detto: era venuto da sé, come vengono i soprannomi che ci azzeccano.»
Teo era bulgaro, basso, con una corporatura tonda e i capelli corti. Parlava italiano con un accento che produceva, involontariamente, l'effetto di una battuta ogni tre frasi — e lui non lo sapeva, e per questo era ancora più efficace. Dal primo giorno aveva preso in mano la logistica del gruppo: chi prendeva quale macchina, dove si mangiava, a che ora ci si trovava. Lo faceva senza che nessuno glielo chiedesse, senza aspettarsi ringraziamenti, con la stessa naturalezza con cui altri mettono le mani in tasca.
Il soprannome nacque a una cena di gala in un hotel partner — tovaglioli piegati a fiore, camerieri in livrea, e tutto che andava storto: il vino che non arrivava, l'ordinazione sbagliata, il disagio educato di chi è ospite e non vuole sembrare poco abituato. Teo chiamò il cameriere con un cenno, gli parlò in greco con le parole giuste al momento giusto e sorrise. Tre minuti, e il tavolo ricominciò a funzionare. Uscendo, Paolo gli mise un braccio sulle spalle: «Tu sei il Maestro. Tu lo sai fare con le persone. Noi no.» Teo rise. Non sapeva di esserlo, e quello era il bello.
Karpathos — ovunque ci fosse un posto dove leggere
«Nicolas era la nostra ancora silenziosa. Tornava primo, si toglieva le scarpe nell'ingresso, si versava il vino bianco e si metteva sul balcone col libro. Quando il gruppo perdeva il filo, lui buttava lì un'osservazione asciutta che faceva ridere tutti — lui per primo.»
Nicolas era arrivato a Karpathos un mese prima di me e si vedeva — non da quello che diceva, ma da come si muoveva, già sicuro nei pochi metri della casa. Aveva Pigadia: due passi ed era al lavoro, conosceva i camerieri per nome, tornava a pranzo. La sera, di solito, lo trovavi già a casa: si toglieva le scarpe nell'ingresso, si versava un bicchiere di vino bianco e si metteva sul balcone col libro. Alto, magro, biondo, con quegli occhiali tondi che gli scivolavano sul naso quando si chinava sul tavolo.
Parlava poco, osservava molto. Ogni tanto, quando il gruppo era già in fondo alla seconda bottiglia e perdeva il filo, buttava lì un'osservazione asciutta che ci faceva ridere tutti, lui per primo. Era il suo modo di stare nei posti: presente, ma da un lato. A metà stagione partì verso un'altra isola — lo accompagnammo al porto con le sue due borse e quella faccia tranquilla di chi non fa drammi nemmeno quando saluta.
Karpathos — e poi in giro
«Bionda, lineamenti nordici, una bellezza che notavano prima gli altri che lei. Quando rideva, sembrava farlo più per gentilezza verso chi aveva fatto la battuta che per la battuta stessa.»
La incontrai in aeroporto la prima settimana, mentre aspettavamo una collega in arrivo da Atene. Bionda, lineamenti nordici, una bellezza di cui sembrava poco consapevole. Parlava in un modo dolce che ti faceva alzare lo sguardo dal telefono; quando rideva, sembrava farlo più per gentilezza verso chi aveva fatto la battuta che per la battuta stessa. Lavorava come guida in coppia con Teo — lui che riempiva le distanze con l'accento bulgaro e le frasi involontariamente comiche, lei che completava con calma le cose che lui lasciava a metà.
L'ultima settimana di settembre restammo soltanto io e Ylenia. Il gruppo si era sciolto un po' alla volta: Nicolas era partito verso un'altra isola, Paolo era stato l'ultimo ad abbracciare tutti in aeroporto. Quella sera andammo da Sofia senza doverlo decidere, e ci sedemmo al mio tavolo per l'ultima volta. Dal modo in cui restavamo zitti, da come rigirava il bicchiere tra le dita senza bere. Sofia lo capì prima di noi: quando ci alzammo, ci abbracciò uno alla volta — me per primo, poi Ylenia, più a lungo.
Karpathos — Sofia's Place
«La trovai in mezzo alla strada, scalza, le scarpe in mano. Inchiodai. Lei fece un salto indietro, poi scoppiò a ridere. Non la conoscevo da un minuto e già ridevo anch'io.»
La trovai in mezzo alla strada, scalza, le scarpe in mano, una mattina presto — era scesa a camminare lungo la riva perché non riusciva a dormire: il fuso, l'emozione, non lo sapeva nemmeno lei. Inchiodai con la macchina. Lei fece un salto indietro, poi scoppiò a ridere quando sentì che mi scusavo in italiano. Bionda, sorriso largo, di quelli che ti arrivano addosso prima delle parole. Veniva da Roma, da un lavoro che non nominò, e non aveva intenzione di fare niente — nessuna escursione, nessun programma. Voleva solo fermarsi.
Ripartì il mattino dopo. Ci scambiammo i numeri come si fa, senza crederci troppo. Invece tornò: due mesi dopo, a stagione matura, era di nuovo sull'isola — ad Amoopi. A Karpathos non conosceva nessuno tranne me, e così, senza che nessuno l'avesse deciso, finì dentro le nostre serate: a un tavolo da Sofia, in mezzo al gruppo, tra le risate di Paolo e Teo che le riempiva il bicchiere prima ancora che fosse vuoto. Sofia la squadrò una volta di sfuggita, e tanto le bastò: la sera dopo le portò i loukoumades senza che li avesse ordinati.
Repubblica Dominicana — poi Karpathos
«Quando Monica mi parlò di Karpathos la prima volta, non sapevo nemmeno dove fosse. Ma lei la conosceva, e bastava ascoltarla per capire che non era un posto qualunque.»
Monica era torinese, mora, allegra, cordiale. L'avevo conosciuta in Repubblica Dominicana, dove lavoravamo insieme — era lei la responsabile di quella stagione, e già allora si capiva che sapeva come si stava nei posti: con leggerezza, senza fare rumore, senza occupare più spazio del necessario. Una collega che diventava subito una presenza familiare.
Fu Monica a parlare di Karpathos. A un certo punto di quella stagione in Dominicana, tirò fuori il nome dell'isola come se fosse una cosa ovvia — ci era già andata, conosceva il posto, sapeva che aveva qualcosa di diverso. Quando arrivò l'offerta per la stagione successiva, la risposta era già lì, in quella conversazione. Senza Monica, probabilmente avrei scelto un'altra destinazione. Avrei vissuto un'altra storia.
Finiki — Marina's Restaurant
«Mi fermai sulla soglia; lei alzò gli occhi e fece un gesto con la mano — siediti dove vuoi.»
Minuta, mora, capelli legati dietro. Marina gestisce il suo ristorante sul piccolo porto di Finiki, e la conoscono tutti: un pescatore la saluta passando, lei risponde con un sorriso e un cenno, un'altra donna entra in cucina senza bisogno di chiedere niente. Porta in tavola cose che nessuno ha ordinato — olive, tzatziki appena fatto, un pezzo di formaggio con un filo di miele — come se fosse la cosa più normale del mondo. Forse per lei lo è.
L'ho conosciuta nel 2014, in una gita con Teo e Paolo. Da allora Finiki — piccolo, fuori dal rumore, due file di barche da pesca e l'acqua bassa e ferma dentro il molo — è diventato uno dei miei posti sull'isola, e ogni ritorno a Karpathos ha significato tornare a salutare Marina: da solo, tra un lavoro e l'altro, o a cena con gli amici di turno. Dieci anni e più dopo quel primo pranzo, l'amicizia non si è mai interrotta.
Bayahíbe, Repubblica Dominicana — ristorante La Bahia
«Patrizia era la parte femminile di quella vita a Bayahíbe: ti teneva il tavolo buono, ti chiedeva di tua madre, ti sgridava se sparivi per qualche giorno di troppo.»
Patrizia era di Bayahíbe, di una famiglia arrivata da Porto Rico a fine Ottocento — occhi e capelli neri, il viso caraibico. Il suo ristorante, La Bahia, fronte mare, era uno dei punti fermi di Alessandro prima di partire per Karpathos: ci finiva nei giorni liberi, mangiava quello che cucinavano i suoi chef, e certe sere restava fino a tardi a grigliare pesce con lei senza accorgersi delle ore.
Certe sere, da Patrizia, la cena si trasformava in una griglia improvvisata sulla spiaggia, con Luca — l'altro amico italiano — che si autonominava responsabile del fuoco e bruciava puntualmente la prima infornata. Quando nel 2014 Alessandro partì per Karpathos, lasciare Patrizia e quella vita fu una delle cose più difficili: tornò a pensarci con forza già durante la traversata in barca verso Saria, due anni dopo.
Bayahíbe, Repubblica Dominicana
«"Goal!" urlava anche quando la palla era passata un metro di lato a una palma che avevamo eletto a palo. "Ma quale goal," dicevo io. "Palo." "Palo dentro." Non c'era modo di farlo ragionare.»
Luca era arrivato a Bayahíbe come Alessandro, da un'altra vita italiana lasciata indietro, e si erano trovati quasi subito — due connazionali in capo al mondo. Aveva qualche anno meno di lui e il doppio della sua energia: passavano giornate intere in spiaggia a giocare a pallone sulla sabbia bianca, litigando bonariamente su ogni azione.
Era la metà maschile di quella vita dominicana, come Patrizia ne era la metà femminile — insieme avevano fatto di Bayahíbe una casa. A differenza di Alessandro, Luca non è mai ripartito: è rimasto a Bayahíbe, e ci vive ancora oggi.
Bayahíbe, Repubblica Dominicana
«La birra fredda arrivava al tavolino senza che la ordinassi: Monchy la appoggiava, ti dava una pacca sulla spalla e tornava dietro al bancone senza una parola.»
Monchy, dominicano, e Paola, italiana, gestivano insieme un bar nel centro di Bayahíbe — una gestione di famiglia che faceva sentire a casa prima ancora di essersi seduti. Insieme al ristorante di Patrizia sul mare, il loro bar era l'altro punto fermo di Alessandro e Luca: ci passavano a pranzo, a cena, e in tutti i momenti liberi in mezzo alla giornata.
Bayahíbe, per Alessandro, si divideva tra questi due poli — La Bahia sul mare e il bar di Monchy e Paola in centro — come ci si divide tra due amici, senza dover scegliere. Erano parte di quella vita che sembra niente vista da fuori e che invece, per anni, era stata tutto.
Quando si torna in un posto per la seconda volta, si smette di fare i turisti. Si comincia a fare i conoscenti. E a Karpathos, fare i conoscenti vuol dire essere accolti in un modo che altrove non ho mai visto.
Karpathos
«È stato il primo volto che ho visto arrivando. Ha preso le valigie senza aspettare che glielo chiedessi.»
Michaelis è il figlio di Popi, la titolare dell'agenzia locale che gestiva i corrispondenti dell'isola. Lavorava con lei, occupandosi di quello che serviva: trasferimenti, pratiche, imprevisti. La sua presenza era discreta e concreta.
Mi ha accolto in aeroporto al mio arrivo nel 2016. Ha preso le valigie con naturalezza, senza cerimonie. È il tipo di persona che fa sentire che qualcuno ti aspetta davvero — non per protocollo, ma perché così funziona qui.
Karpathos — Nuevo Bar, Pigadia
«Sai giocare a scopa?» Tirò fuori un mazzo di carte, nuovo, ancora sigillato.
Finlandese, lavorava per un tour operator del nord che sbarcava ospiti sull'isola ogni settimana — era la sua prima estate a Karpathos. Capelli corti, occhi azzurri, un piccolo neo sotto l'occhio sinistro. Una delle prime sere, da Sofia, si mise a ridere insieme a Valentina e Michela pur non capendo una parola d'italiano, solo per contagio. Da quella sera non fu più l'ospite di un altro operatore: era diventata una di noi, e nessuno ci aveva pensato su.
Un pomeriggio ad Achata tirò fuori dalla borsa un mazzo di carte ancora sigillato e mi chiese se sapevo giocare a scopa: lo sapeva fare sul serio, contava le carte, protestava se sbagliavo i conti. Partì un giorno prima di me, a fine stagione: all'aeroporto, prima di andare verso i controlli, mi disse solo «Torna l'anno prossimo», come una cosa già data per fatta. L'anno dopo seppi che si era sposata — aveva conosciuto il marito proprio a Karpathos, un ospite della sua stessa città, in Finlandia.
Karpathos — Sofia's Place e dintorni
Michela aveva sempre una battuta pronta — il tipo di simpatia che non hai bisogno di imparare a conoscere: ti arriva addosso dal primo minuto.
Michela lavorava per un altro tour operator dell'isola — turni e percorsi diversi dai nostri, che finivano però sempre per incrociarsi la sera, agli stessi tavoli da Sofia. Il gruppo era già formato quando la conobbi: lei, Valentina e Tiziana, un trio che sembrava stare insieme da sempre. Con loro mi sono trovato subito, fin dal primo giorno di quel maggio 2016 — di quelle amicizie che non hanno bisogno di essere costruite, solo riconosciute. Michela era la più simpatica del gruppo, sempre con la battuta pronta, il tipo di compagnia che rende una serata qualunque una serata da ricordare.
Fu lei, insieme a Valentina, a far ridere Sun — la ragazza finlandese arrivata da poco — anche senza che capisse una parola d'italiano: bastava il contagio delle risate, sedute allo stesso tavolo da Sofia. Ci perdemmo di vista a fine stagione, come succede quando ognuno torna al proprio giro di lavoro. Nel 2018, tornato sull'isola, la ritrovai — con un gruppo nuovo, questa volta — e fu una grande gioia: la stessa Michela, sempre sorridente, sempre con la battuta pronta. Una di quelle persone con cui stai bene in compagnia, senza dover fare nessuno sforzo.
Karpathos — coordinamento dei tour operator italiani
«"Falli sedere lontano da tutti. E lontano da te." Aveva ragione, e non servì lo stesso.»
Tiziana era la responsabile del tour operator più grande dell'isola, quello che portava la maggior parte degli italiani. Aveva un modo cordiale di stare al tavolo che, quando serviva, sapeva farsi netto e risolutivo in poche parole.
Fu lei a dare ad Alessandro il consiglio più pratico per gestire una coppia di clienti che litigava in pubblico ogni giorno. Verso la fine di quella stagione, guardando il tavolo pieno di colleghi all'Angolo Italiano, disse solo "non capita spesso" — senza spiegare cosa, perché non ce n'era bisogno.
Karpathos — Angolo Italiano e dintorni
«"Allora, domenica si va a un matrimonio greco?" Lo disse come si dice di andare al bar.»
Valentina era allegra e socievole, sempre insieme a Michela — le due ridevano facilmente, di quelle risate che partono dal niente e si allargano a tutto il tavolo. Fu lei a proporre al gruppo di partecipare a un matrimonio greco ad Aperi, un invito arrivato di seconda mano che in Grecia vale come un invito vero.
A quel matrimonio, dentro un cerchio di danza guidato dai bambini del paese, fu tra i primi a lasciarsi trascinare dentro il ballo. Tornando in macchina a notte fonda, con Fabrizio che urlava canzoni dal finestrino, fu una delle poche a restare lucida abbastanza da ridere di tutto quanto.
Karpathos — Anoi Bar e in giro
«Aprì il gavone e tirò fuori una fiocina. "Adesso ci penso io. Vi prendo il pesce e lo cuciniamo." ... "Il pesce qui è diverso," disse. "È più veloce."»
Fabrizio era espansivo, rumoroso, teatrale e imprevedibile — di quelli che tengono banco con racconti e brindisi che partono solenni e finiscono in battute. Lavorava per un altro tour operator italiano insieme a Michi, e i due erano una presenza fissa delle serate all'Anoi.
Durante una gita in barca tra Kato Lako e Kyra Panagia si improvvisò pescatore con una fiocina recuperata dal gavone, tornando a mani vuote dopo un quarto d'ora di tuffi — "il pesce è più veloce", fu la sua unica ammissione di sconfitta. Al ritorno dal matrimonio di Aperi si sporse dal finestrino a squarciagola per tutta la strada, lasciando Dora impietrita al volante.
Karpathos — Anoi Bar
«Michele, chiamato Michi per distinguerlo dall'altro Michele, dell'Angolo Italiano — collega e compagno abituale di Fabrizio, ma più quieto e discreto.»
Michi era il contrappunto silenzioso di Fabrizio: dove l'amico riempiva la scena, lui restava un passo indietro, a osservare le sue imprese con un'ironia trattenuta e una finta serietà che faceva ridere ancora di più.
Durante la gita in barca a Kato Lako, mentre Fabrizio tornava a mani vuote dai suoi tentativi di pesca, fu Michi a commentare serio: "Grande pescatore. Hai sfamato tutti" — la battuta che chiuse la giornata più delle parole di chiunque altro.
Karpathos — conosciuta a Marsa Alam
«"C'è un bar ad Arkasa con dei tramonti da paura," disse al telefono. "E un proprietario che vale il viaggio. Muovetevi."»
Nadia lavorava per un altro tour operator e Alessandro l'aveva conosciuta l'anno prima a Marsa Alam. Arrivata a Karpathos da pochi giorni, aveva già scovato i posti giusti — fu la sua telefonata a portare per la prima volta tutto il gruppo allo Stema di Manolo, ad Arkasa.
Quella sera fece da tramite tra il gruppo italiano e il suo staff di animazione, riempiendo una tavolata unica sotto il tramonto arancione di Arkasa. Da lì lo Stema divenne uno dei punti fermi della stagione.
Pigadia — Angolo Italiano
«"Ciao, buongiorno. Ben arrivato a Karpathos," disse, in un italiano senza una piega, senza accento. "Ma sei italiano?" "No," rispose, e rise. "Sono di qua. Ma l'italiano lo conosco bene."»
Michele gestiva un piccolo bar sul porto di Pigadia, l'Angolo Italiano, riconoscibile dal disegno di una moka sopra l'insegna. Occhi chiari quasi di ghiaccio sulla pelle scura di chi sta al sole tutto l'anno, conosceva l'isola non dai depliant ma dalla memoria tramandata da padre e nonno — i sentieri, i cognomi italiani rimasti dopo la guerra, le storie che non stanno scritte da nessuna parte.
Alessandro scendeva da lui ogni mattina prima del lavoro, e ne uscì con sentieri segreti disegnati a parole sul bancone e con la storia del presidio italiano a Finiki durante la guerra. Anni dopo, tornato nel 2024, lo ritrovò la mattina presto al bar con l'amica Despina — un rito che l'isola, nel frattempo, aveva lasciato quasi immutato.
Arkasa — lo Stema
«"Italiani?" disse guardandoci. "Si vede lontano un miglio." E rise per primo. "Benvenuti allo Stema."»
Manolo era nato e cresciuto a Karpathos ma viveva da anni nel nord Europa; ogni estate tornava con la famiglia ad aprire lo Stema, il suo bar ad Arkasa affacciato sul tramonto, con maglia gialla, pantaloncini verdi e una coppola calcata di lato.
Inventava cocktail sconosciuti anche a lui — "non so ancora come si chiama, ma funziona" — e offriva sempre l'ultimo giro di chupiti "obbligatorio". Anni dopo vendette lo Stema, che cambiò nome e gestione; tornando nel 2024 Alessandro trovò un altro locale al suo posto e capì che era stato Manolo, non il posto in sé, a rendere unico quel tramonto.
Pigadia — ufficio del corrispondente locale
«"Domani vieni a vedere la Secret Beach?" — senza alzare gli occhi dal registro.»
Popi era la proprietaria dell'agenzia locale che gestiva trasferimenti ed escursioni per il tour operator di Alessandro nel 2016, madre di Michaelis. Teneva insieme banco e telefono e versava un caffè senza che nessuno glielo chiedesse.
Fu lei a organizzare, quasi di passaggio, la prima uscita in barca verso le spiagge del nord — Forokli, Nati, Agios Minas — un giorno che Alessandro ricorda come quello in cui imparò a guardare Karpathos dal mare.
Pigadia — ufficio del corrispondente locale
«"Finalmente sei tornato," disse — otto anni dopo essersi conosciuti, la prima volta che lo accolse di nuovo in aeroporto.»
Anna si occupava di trasferimenti ed escursioni nel 2016, con quel modo di comparire dove serviva un attimo prima che qualcuno la cercasse. Nel 2024 la ritrovò a dirigere lo stesso ufficio, questa volta come sua diretta collega.
Fu lei, insieme a Zaccarias, ad accoglierlo all'aeroporto al ritorno del 2024, fermandosi con lui al solito promontorio sopra Amoopi per un selfie prima di scendere a Pigadia — un piccolo rito che Alessandro ripeteva dal 2014.
Diafani — barca per le spiagge del nord
«Sparì un attimo sottocoperta e tornò con un'anguria e un sacchetto di biscotti, e cominciò a passarne le fette in giro senza dire una parola, come si fa in famiglia.»
Manolis conduceva la piccola barca da Diafani verso le spiagge remote del nord — Forokli, Nati, Agios Minas. Parlava pochissimo, si muoveva tra le cime e il timone con una scioltezza che non aveva bisogno di gesti.
Bastava guardarlo lavorare per capire che quel mare era casa sua. Fu durante quella gita che Alessandro, con la guida Jorgos al suo primo anno sull'isola, imparò a vedere Karpathos "più vecchia e più dura" di quella conosciuta dalle strade.
Monastero della Larniotissa
«"Voi italiani," disse, e col bastone indicò il monastero, "venite per mangiare. Va bene. Ma prima io vi racconto perché stiamo qui."»
Un vecchio con la coppola calata sugli occhi e un bastone tra le ginocchia, seduto su un muretto durante il panegyri della Larniotissa. Masticava un italiano lento, imparato in mezzo secolo di contatti con gli italiani sull'isola.
Raccontò la leggenda della fondazione del monastero — un bambino rapito dai pirati, una madre che pregò per trent'anni, un'icona ritrovata. "Ogni anno, sette settembre, noi torniamo," disse. "Non per la storia. Per la donna." Sun, seduta accanto ad Alessandro, commentò piano: "Da noi queste cose non esistono."
I personaggi del 2016 arriveranno presto.
Ogni nome, una storia.
Il 2018 è stato l'anno in cui ho smesso di domandarmi perché continuavo a tornare. Alcune persone che avevo conosciuto negli anni precedenti erano ancora lì — come se l'isola li tenesse fermi mentre il resto del mondo girava.
Taverna di Volada — Karpathos
«Ioanna cucinava come se il cibo fosse un argomento di conversazione. Ogni piatto aveva qualcosa da dire.»
La taverna di Ioanna a Volada non aveva insegna. C'era una porta aperta su strada e l'odore di agnello al forno che usciva fin sul ciglio della strada. Ci siamo fermati per curiosità. Siamo rimasti due ore. Ioanna era in cucina, usciva ogni tanto per portare i piatti e controllare che stessimo mangiando abbastanza — cosa che nel suo vocabolario significava "abbastanza" come nella tradizione greca, cioè molto.
Ioanna faceva la cucina di Karpathos — quella vera, non quella semplificata per i turisti. Makarounes fatte a mano con il formaggio di capra local, capretto al forno con patate e origano, dolci fritti al miele. Quando le ho chiesto dove aveva imparato ha indicato le mani. "Da queste", ha detto in greco. Ho capito anche senza traduzione.
Othos — Karpathos
«Michalis viveva a Othos da sempre. Non sapeva di essere un custode. Lo faceva e basta.»
Michalis gestiva una piccola locanda ad Othos, il villaggio più alto di Karpathos. Aveva ereditato la casa dal padre e l'aveva convertita in quattro stanze con bagno, un terrazzino con vista sull'isola e una cucina dove preparava la colazione alle sette. Non aveva un sito web, non era su Booking.com. Lo trovavi attraverso una rete di passaparola che esisteva prima di Internet.
A Othos si arriva sapendo già di volerci andare — non è sulla via per nessun posto. Michalis era il tipo di padrone di casa che ti dava la chiave senza farti firmare niente, che bussava alla porta con una bottiglia di souma la prima sera, che ti raccontava la storia dei vicoli del villaggio come se stesse aggiornando un archivio personale. Con lui ho capito che custodire un posto non è una funzione — è un'identità.
I personaggi del 2018 arriveranno presto.
Ogni nome, una storia.
Dieci anni dopo il primo viaggio. Alcune cose erano cambiate, alcune persone non c'erano più, alcune erano esattamente dove le avevo lasciate. Il 2024 è l'anno che ha chiuso un cerchio — e lo ha fatto attraverso incontri che non mi aspettavo.
Karpathos — dove c'era qualcosa da fare
«Angela riempiva ogni silenzio. Non perché avesse paura del silenzio — ma perché il silenzio, per lei, era uno spreco.»
Sarda, bella, allegra, vispa e molto loquace — Angela era la parte ribelle del gruppo nel 2024. Portava energia nelle giornate pesanti, anche quando la sua era l'unica rimasta. Non si fermava mai abbastanza a lungo da mostrare la stanchezza. Poi, nei momenti in cui smetteva di recitare, emergeva una fragilità reale che non ti aspettavi e che cambiava completamente come la guardavi.
In una stagione difficile come quella del 2024, Angela era il tipo di presenza che non si può progettare. Entrava in una stanza e le giornate diventavano più leggere — non perché tutto migliorasse, ma perché lei aveva quella capacità rara di portare leggerezza senza ignorare il peso. Ho imparato da lei che la leggerezza non è superficialità: è una forma di coraggio che non tutti riescono ad avere.
Pigadia — negozio di artigianato
«Conoscevo Dimitra da otto anni, da una fotografia scattata su quel lungomare in un'altra estate, quando per me era poco più di un nome e di un mezzo sorriso dietro l'obiettivo.»
Era il settembre del 2016, l'ultimo giorno della stagione: caricando su Facebook le foto del giro dell'isola, mi fermai su uno scatto pubblicato da una ragazza che non conoscevo — un fulmine caduto su Pigadia durante un temporale, il cielo nero tagliato in due dalla luce bianca della saetta. Mi chiesi chi fosse, poi richiusi il telefono. Nelle settimane successive cominciammo a scriverci: prima solo di fotografia, la passione che avevamo in comune, poi di tutto il resto, senza fretta e senza sapere dove sarebbe andata a finire quella conversazione durata anni.
Continuammo a scriverci per otto anni senza mai incontrarci di persona — messaggi di notte, battute, mezze promesse rimaste dentro una chat. Fu solo nel 2024, tornato sull'isola, che decisi di non rimandare più: la trovai nel negozio di artigianato dove lavorava, a Pigadia, un posto davanti al quale ero passato decine di volte senza saperlo. Quell'estate diventò una delle storie centrali del libro — la notte della luna piena a Votsalakia, il braccialetto a forma di Karpathos e la collana che mi regalò, la terrazza di sua madre Stavroula con i biscotti fatti in casa, le giornate ad Amoopi col SUP. Verso fine stagione le cose cambiarono, piano, un messaggio più corto alla volta — ma quello che restò, anche dopo, fu qualcosa di vero.
Karpathos — tra aeroporto, strade e spiagge
«Sofi l'avevo conosciuta a Fuerteventura. Andavamo in aeroporto insieme, passavamo insieme i giorni liberi — una di quelle persone a cui vuoi bene e basta.»
Sofi, in realtà Sofia, arrivò a Karpathos all'inizio della stagione 2024 come collega scelta da me per lo staff. L'avevo conosciuta a Fuerteventura, tra turni, aeroporti e giornate libere condivise: con lei anche le giornate più dure si alleggerivano, ma quando serviva restava concreta e presente. Era la parte dolce del gruppo, voleva bene a tutti a prescindere. Italiana, sorriso largo e ironia pronta, aveva quello sguardo curioso di chi atterra su un'isola nuova e vuole capirla davvero, un nome di spiaggia alla volta.
Nei primi giorni girammo l'isola in macchina per preparare la stagione, tra hotel da sistemare, bacheche da montare e chilometri di curve. Era il periodo in cui il nuovo non ero più io: lo vedevo da come guardava fuori dal finestrino, come dieci anni prima avevo fatto io. Con Sofi c'era una complicità semplice e piena di fiducia — dalle risate su «Apella, non La Bella», alle giornate ad Amoopi, fino ai turni duri in aeroporto quando bisognava tenere insieme tutto. In quell'estate difficile, è stata una presenza concreta: una persona su cui contare, sempre.
Porto di Diafani — Karpathos
«Jorgos portava le persone a Saria come se stesse portando qualcuno a casa propria. Forse Saria lo era.»
Jorgos aveva una barca a Diafani e portava i turisti a Saria tre volte a settimana, quando le condizioni del mare lo permettevano. Era sulla sessantina, capelli bianchi, mani da marinaio. Conosceva ogni secca, ogni corrente, ogni punto dove il fondo diventava troppo basso per passare. Su quella rotta — venti minuti di mare — era una guida precisa e silenziosa.
Il viaggio per Saria con Jorgos è uno di quei momenti che nel 2024 mi hanno convinto che Karpathos non finiva di avere cose da mostrare. Lui sapeva dove la luce colpiva l'acqua in un certo modo, dove i pesci si radunano intorno alle rocce, dove attraccare senza fare danni. Non spiegava queste cose — le faceva. E bastava guardare per capire che quello era un uomo nel posto giusto.
Karpathos — dall'aeroporto di Pigadia in poi
«Non aveva l'aria di chi aspetta istruzioni per ogni cosa. Si fermò un attimo, mi cercò tra la gente, riconobbe la divisa e venne dritta da me. "Ciao, buongiorno. Sono Laura."»
Laura arrivò a Karpathos a metà luglio 2024, a stagione già avviata, come rinforzo per Sofi e Angela: agosto si avvicinava e il gruppo, da solo, non reggeva più il ritmo. Bella, il taglio degli occhi vagamente mediorientale, uno sguardo deciso che a volte, sul piano dei sentimenti, lasciava intravedere una fragilità reale. Aveva alle spalle diversi anni di esperienza nel lavoro, e si vedeva subito — decisa, autonoma, concreta, del tipo che non aspetta istruzioni per ogni cosa e affronta i problemi senza drammatizzarli. Bastarono pochi minuti perché il gruppo la assorbisse senza cambiare forma: una battuta di Angela, una domanda pratica di Sofi, e Laura che rispondeva senza sforzo, già pronta a capire da dove cominciare.
Con lei accanto, agosto — il mese più duro, tra camere non pronte, aria condizionata rotta, bagagli in ritardo e aspettative sempre più alte — diventò un po' più gestibile. Le serate con lei, Sofi e Angela non erano solo quelle fisse all'Anemos di Afiartis: capitava di ritrovarsi anche al Blu Bahari, alle feste organizzate dai due proprietari dell'hotel, un'altra faccia delle notti di Karpathos. Quando arrivò il momento di decidere chi dovesse ripartire per Bayahíbe, fu la prima a fare un passo indietro con onestà: «Sono arrivata dopo, questa cosa la deve decidere chi ha fatto la stagione dall'inizio.» Partì una settimana dopo Angela, senza il caos della sua partenza ma senza meno affetto: si era inserita senza forzare niente, portando equilibrio proprio nel momento più difficile della stagione.
Altri personaggi del 2024 arriveranno presto.
Ogni nome, una storia.
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