Si chiamano makarounes, e la prima volta che le ho viste non capivo come potesse esistere un piatto così semplice — solo farina e acqua — e così buono.
Sono una pasta tipica di Karpathos, modellata a mano, una conchiglietta alla volta, con un movimento delle dita che le donne dell'isola imparano da bambine guardando le madri e le nonne. Si cuociono lentamente, poi si condiscono con cipolla caramellata nel burro, sitaka — il formaggio locale — e una manciata di maggiorana. Niente di complicato sulla carta. Tutto complicato nella pazienza.
Ho imparato più cose su questa isola da un piatto di pasta condivisa a tavola che da qualsiasi cosa avessi letto prima di partire.
Quello che mi ha colpito, guardando preparare quel piatto, non è stata la ricetta. È stato vedere quante mani diverse, in quante case diverse dell'isola, fanno ancora oggi lo stesso gesto, alla stessa velocità, con la stessa attenzione — senza che nessuno gliel'abbia chiesto, senza che ci sia un motivo "pratico" per farlo a mano quando esistono le macchine. Lo fanno perché è così che si fa, a Karpathos. Punto.
Forse perché certe cose — un luogo, una scelta di vita, un legame — si capiscono solo assaggiandole, non descrivendole.